Il Coro

Il Gruppo Corale Gialuth nasce nel 1986. Il repertorio all’inizio prevedeva solamente canto popolare, visto che in paese c’erano solo il coro parrocchiale ed un gruppo folkloristico, che però relegava la parte corale in secondo piano rispetto alla danza. Nel tempo si amplia e diversifica: il momento cruciale è stato quando si è deciso di affrontare il repertorio sacro. Senza paura (nè coscienza) di botto è arrivato lo studio della Prima Messa per 4 voci a cappella di Claudio Monteverdi. Almeno un anno di lavoro solo per imparare il Kyrie; poi, con calma è venuto tutto il resto e anche le prime esibizioni.

Da quel momento tutto diventa possibile e il gruppo, nato all’ombra del tipico “morar” (gelso) con il mitico Tocai di Gino Modon, incomincia un percorso che lo porterà ad affrontare i repertori più disparati e complessi. Merito anche della passione e della volontà del direttore che negli anni segue corsi di tutti i livelli con docenti internazionali di altissimo livello.

I momenti di crisi ci sono stati e, come in tutte le associazioni di carattere amatoriale, ci saranno sempre, ma la caparbietà del gruppo “base” (quelli che non mollano mai) fa sì che il Gialuth esista ancora dopo quasi trent’anni. E soprattutto continui a stupire con progetti, esperimenti e provocazioni che spesso non si trovano nei “cori di paese”.

Oggi il repertorio comprende polifonia sacra e profana, canto di tradizione popolare e musica pop, italiana e straniera, con qualche escursione nella lirica. In oltre 28 anni di attività, il gruppo ha tenuto centinaia di concerti in tutte le regioni italiane e spesso all’estero: ci hanno sentito cantare in Ungheria, Svizzera, Spagna, Germania, Francia, Polonia e Slovenia.

 

1986: I primi passi del coro

Una sera di fine estate, di quelle che si possono godere perché finalmente le vacanze sono quasi giunte al termine e si ritorna alla vita normale. Di quelle che però l’estate non è finita e ci si trova ancora con gli amici, all’ombra del “morar” (il gelso) per far onore ad un altro tipo di “ombra”. Di quelle che, per caso, i convenuti sono dei “carbonari” che vogliono diversificare il repertorio del Coro Parrocchiale (Coro dei Veci) o, in alternativa, formare una nuova compagine. Insomma, una di quelle sere in cui tutto sembra facile come le parole che escono eccitate dalla bocca di ognuno, lasciano presagire un obiettivo ben delineato e preciso e la chiara possibilità della sua realizzazione. Un momento di quelli che tutto sembra possibile.

Così, senza nulla di più ma neanche nulla di meno, nascono i presupposti per la fondazione di un nuovo coro che vuole segnare nel tempo una parte della vita sociale e culturale di Roveredo.

Tutto inizia dall’incoscienza e dalla sfrontatezza di un giovane cantore che decide di provare a fare il direttore di coro; dalla decisa scelta di alcuni cantori meno giovani, che vogliono imparare a cantare in un modo nuovo; dalla passione vera per il canto; dalla testardaggine di alcuni roveredani e dalla loro passione per il loro paese; dalla saggezza di qualcuno a cui nulla importa del canto corale ma sa bene che un coro significa linfa nuova e nuovi stimoli per la comunità locale. Queste sono state le premesse, il resto ormai è storia!

Come si può ben capire dalle premesse, questa vuole essere una ricostruzione storica fra il serio ed il faceto, senza presunzione ma con la volontà di rimanere il più vicino possibile ai fatti realmente accaduti.

Si diceva dei “moti carbonari”. Quando una sera di prove del Coro dei Veci, il Maestro Mario De Mattia (Miut) comunica la sua volontà di appendere la bacchetta al chiodo, il gruppo si trova un po’ spiazzato ed è costretto a pensare ad una soluzione alternativa. Alcuni cantori che già da tempo complottavano con un giovane basso (entrato nel coro quando ancora cantava da soprano – voce bianca) per iniziare a cantare un po’ di canto popolare ed uscire anche dall’ambiente della Chiesa per avventurarsi in qualche esibizione esterna, provarono a proporre proprio il nome di questo … poco più che ragazzo. Era all’incirca il 1984. Con sorpresa però, il conclave dei “veci” e potenti gestori della vita del coro e con il suffragio dell’allora Parroco don Mario Del Bosco, scartarono l’idea poiché: “cosa vuoto cal sepie chel canai!” (cosa vuoi che ne sappia quel ragazzino). Quindi, invitarono il figlio del Maestro uscente, Giuseppe De Mattia, a prendere il posto del padre. La sua carriera durò ben poco perché dopo pochissimo tempo, una sera non si presentò alle prove e fece sapere che non era cosa per lui.

I carbonari allora pensarono che fosse arrivato il momento, ma con ancora maggior stupore, Mario si lasciò convincere a ritirare le proprie dimissioni e a “schiodare” la bacchetta dal chiodo. Fu così che cominciò a farsi sempre più pressante la necessità di costituire una nuova formazione indipendente dalla prima, anche se assolutamente non in contrasto con essa; i carbonari infatti continuavano a cantare in chiesa senza mancare ad una prova.

Arriviamo così al mese di settembre 1986 quando, in una calda serata innaffiata dall’ottimo Tocai prodotto da Gino Del Piccolo (“…el soméa Prosecco”) e all’ombra dell’antico “morar” di famiglia, i carbonari misero sulla carta i presupposti per la costituzione del Coro “Gialuth” (Galletti, al plurale, ecco perché è scritto tra virgolette).

Chi erano i carbonari? Presto detto: Gino Del Piccolo (Modon), Ferruccio Casara (el nonthol), Luciano Goz (Ciano), Dino Ulian e Lorenzo Benedet (…“cosa vuoto cal sapie chel canai”). Chi avrebbe diretto il coro era già chiaro; un po’ meno chiaro era come fare a raggiungere appassionati cantori e costringerli ad entrare in coro. Prima di tutto era inteso che gli stessi coristi del coro della chiesa avrebbero potuto farne parte in quanto le prove sarebbero state fissate in serate diverse, proprio per un atteggiamento di non concorrenza. Ma ci voleva un’idea. Gino salta su dalla sedia e sparisce per pochi minuti. Corre dal vicinante Dino Pes, noto ed eclettico artista locale, e lo coinvolge nella stesura di un manifesto (mani…festo proprio perché fatto a mano) che deve catturare l’attenzione di un maggior numero di persone possibile da invitare ad una prima riunione di studio del progetto. La riunione è convocata per il giorno ………. alle ore ………. presso la allora Biblioteca Comunale. Con molta fiducia si predispongono 40 sedie ma, alla fine, non basteranno. Visto l’entusiasmo e le adesioni, si decide già la data della prima prova, il …………. alle ore …… nel medesimo luogo.

 PRIMA PROVA

“Cosa si fa adesso?”
Beh, prima di tutto cerchiamo di stabilire le voci di ognuno e di formare le sezioni. Quanti uomini (tanti), quante donne (poche). Facciamo un coro solo maschile e mandiamo a casa quelle poche rappresentanti del gentil sesso presenti? No, proprio non si può. Allora cerchiamo di cominciare con un repertorio di brani a tre voci.
Così poche? No, proprio non si può. Vabbé, intanto partiamo.
Cosa cantiamo? È chiaro che non si può prescindere dal “Signore delle cime” di Bepi De Marzi; Ferruccio non lo permetterebbe. Quindi si comincia da questo.
Bene. Quanti sanno leggere un po’ di musica? “Mi sono el clarin in banda ma no l’è la stessa roba”. Cominciamo bene!

Alla fine della serata i sentimenti sono contrastanti.
“È andata bene come prima volta no maestro?”.
“Ma dove volete che andiamo in queste condizioni”.
“Intanto andremo al K2 a bever una roba”.

 SECONDA PROVA

“Ma, e quei che i manca?”.
“Non ci sono maestro”.
Prima prova 40 persone. Seconda prova 25, bel risultato.

 TERZA PROVA

16, soltanto 16. Risparmiamo i commenti dei presenti che comunque sono decisi a proseguire nell’esperienza.

 QUARTA PROVA

12, mai così pochi in passato. Per fortuna non saranno mai meno di così in futuro e quindi il coro rimane in piedi.

I brani? Stelutis alpinis nell’armonizzazione di Oreste Rosso, Cjant de filologiche furlane, qualcosa di semplice e di veloce apprendimento perché è necessario fare una prima uscita nei prossimi mesi allo scopo di dimostrare convinzione e richiamare l’attenzione di qualche altro potenziale cantore.

Che difficoltà a tenere duro ma che tenacia nell’insistere.

IL PRIMO CONCERTO

Maledettamente troppo presto! Però, tutto sommato non proprio uno schifo. Serata in Auditorium Comunale. Pieno di gente perché la cosa è stata organizzata dalla Pro Roveredo per la consegna dei premi natalizi “Gialut” e “Roveredo con te”. Ovviamente il coro era sbilanciato, mancava amalgama, le voci (a parte qualche dote naturale) era ancora da sgrezzare, le parti un po’ insicure, la tensione alle stelle. Tutto questo ha fatto sì che la serata risultasse piacevole ed il caloroso pubblico locale ha fatto di tutto per incoraggiarci. Dopo l’esordio, una bella e sana bevuta per rinfrancare gli animi e per aiutare il maestro a riprendersi.

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